Quattro Pilastri per l’Università

Quattro Pilastri per l’Università
del Conpass

(Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane)

all’assemblea di Bologna del 24 marzo 2012

La struttura di università disegnata dalla L. 240/10 e dai relativi decreti applicativi (molti dei quali ancora in corso di approvazione) disegna un sistema mercatistico di università, ovverossia di un’università asservita agli interessi particolari di alcuni gruppi dominanti; succursale di un’industria pigra ed abituata a privatizzare i profitti e socializzare le perdite, lontana dalla tradizione culturale del nostro Paese, egemone per secoli e ora ridotta all’elemosina.

Dal lato dei docenti la controriforma sposa il modello “piramidale”, acriticamente auspicato come rimedio “naturale” a un non spiegato male sistemico dell’Università Statale; da un altro lato, quello degli studenti, scimmiottando come nelle peggiori tradizioni delle borghesie compradore il c.d. modello americano, contrabbanda per promozione del merito la protezione delle oligarchie più forti attraverso la soppressione del diritto allo studio e la sua sostituzione con un diritto al debito (che si protrarrà per decenni dopo la laurea) per poter studiare.

Questi interventi sono stati formalmente legittimati dalla situazione di sofferenza estrema, anzi,  per non usare eufemismi, di agonia, a cui l’Università pubblica è stata condotta dagli stessi attori e promotori della controriforma. Interventi, casuali ma forse neanche troppo, ipocriti per non dir fedifraghi, venduti sotto le mentite spoglie del riordino della spesa ma in realtà veri attentati alla Costituzione, che hanno tolto l’ossigeno al sistema istruzione. Un sistema vitale e capillare di cui l’Università è parte importante e vitale, che è stato ridotto, come si è detto, a rantolare, al cui capezzale i suoi stessi assassini, adesso travestitisi da crocerossine, si propongono come rianimatori.

Così, mentre con una mano mettono l’università sotto flebo avvelenate, con un’altra le iniettano il curaro dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Sulla base di queste premesse il Conpass

ritiene

che il superamento delle logiche baronali, localistiche, mercatistiche, privatistiche ed elitarie  sia possibile attraverso (1) una diffusa distribuzione dei poteri di governo, per mezzo del ruolo unico dei docenti e della mobilità del loro  budget individuale, (2) il rifinanziamento del sistema istruzione al livello dei maggiori paesi UE, (3) l’attuazione di un sistema universale di  diritto allo studio dall’efficacia almeno pari a quella del modello tedesco, (4) il potenziamento del valore legale del titolo di studio, iniziando a revocarlo alle università telematiche e a quelle Cepu-style.

ritiene in ogni caso indispensabile e improcrastinabile

e precondizione di ogni possibile dialogo il rifinanziamento del sistema universitario, il cui Fondo di Finanziamento Ordinario si è ridotto, al netto dell’inflazione, di oltre il 16% (più di 1 miliardo di euro!) negli ultimi 4 anni, a valori corrispondenti a quelli effettivi del 2008.

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2 pensieri su “Quattro Pilastri per l’Università

  1. Unione degli Universitari

    L’Unione degli Universitari non può che aderire all’assemblea “Università bene comune” prevista a Bologna per sabato 24 marzo. Come sindacato studentesco abbiamo condiviso il percorso di grandi mobilitazioni al fianco dei soggetti promotori dell’assemblea, come Compass e Rete 29 aprile, come Adi e CPU. Dalle piazze, ai tetti, alle audizioni parlamentari si sono sempre constatate le grandi analogie di vedute circa i problemi dell’Istruzione pubblica del nostro Paese. Come organizzazione nazionale che quest’anno compie i suoi 18 anni abbiamo sempre immaginato di affiancare alla lotta di piazza le proposte, che da mesi hanno sfociato nel progetto http://www.universitachevogliamo.it . Crediamo doveroso, come più grande associazione studentesca italiana, aderire all’assemblea di Bologna e arricchirla con i nostri contributi perchè siamo sicuri che questa assemblea possa diventare un bel momento di confronto per rilanciare un’idea diversa di università e di società.
    Per questo riteniamo importante la nostra presenza e la presenza di tutte quelle persone che credono di ricostruire un Paese, una nuova società basata sulla conoscenza. Bisogna ripartire rimettendo insieme tutti i pezzi che in questi anni hanno manifestato contro lo smaltellamento dell’università pubblica, contro il fine piano scientifico dei governi di destra per ammazzare cultura e istruzione. Ci auguriamo che Bologna possa essere un primo passo per ritornare a camminare tutti insieme, nella stessa direzione, alla faccia di chi vuole mettere contro le categorie accademiche minando il nostro nuovo orizzonte di Università e società.

    Un primo nostro contributo all’assemblea:

    UdU – Unione degli Universitari

    La situazione attuale del diritto allo studio universitario nel nostro Paese è sicuramente critica e necessita di interventi importanti e urgenti. In Italia non abbiamo mai avuto la copertura totale delle borse di studio, destinate così come previsto dalla Costituzione e dalle leggi attuative dei principi in essa contenuti a studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi. Tuttavia dobbiamo registrare una situazione particolarmente preoccupante su questo tema negli ultimi anni.

    Per l’A.A. 2009/2010 la copertura delle borse di studio, rispetto al totale degli studenti risultati idonei, è arrivata a circa l’84%. Nell’A.A. 2010/2011 la copertura si dovrebbe attestare attorno al 74% e per l’A.A. In corso i primi dati che arrivano parlano di un numero di studenti idonei non beneficiari che sta drammaticamente crescendo in tutte le regioni. Questi dati sono ancora più significativi se si guarda al generale calo delle iscrizioni all’università e al calo, conseguente, degli studenti che risultano idonei alla bora. Facendo un raffronto con i dati disponibili, si vede che il numero di studenti idonei è di poco superiore a quello del 2000 ed inferiore a tutti i dati successivi a questo anno. Il numero di borse di studio erogate, che è cresciuto costantemente fino al crollo del 2009, disegna una realtà addirittura pari a quella del 2000 con 131.176 borse erogate nel 2000 e 131.263 erogate nello scorso A.A. a fronte di quasi 160.000 borse erogate negli anni precedenti.Le previsioni dei tagli pluriennali decisi dallo scorso Governo, mettono in seria crisi l’esistenza stessa di un sistema di diritto allo studio universitario. Se per l’attuale A.A. il fondo integrativo per la concessione di borse di studio è di circa 100 milioni di euro, mentre per l’anno prossimo è stato previsto un intervento una tantum che porta la disponibilità del fondo da 26 a circa 176 milioni, per il 2013 la previsione è di appena 13 milioni.

    E’ chiaro che una situazione del genere ha bisogno di interventi urgenti e pluriennali che possano garantire a chi si iscrive oggi all’università la certezza che in caso di idoneità, quindi se privo di mezzi, capace e meritevole, qualsiasi studente italiano, a prescindere dalla regione d’appartenenza, deve essere certo di ricevere la borsa di studio. Il diritto allo studio universitario rappresenta infatti una situazione molto disomogenea a livello territoriale. Se è vero che la riduzione dei fondi nazionali sta mettendo in difficoltà tutte le regioni, è altrettanto vero che il numero di studenti vincitori di borsa di studio, così come la percentuale di copertura degli idonei, sono molto più elevate nelle regioni del nord e del centro rispetto a quelle del meridione. Allo stesso tempo gli importi delle tasse regionali per il diritto allo studio sono molto diversificati, così come i requisitieconomici per risultare idoneo alla borsa che, in alcuni casi, arrivano ad avere addirittura limiti differenti all’interno della stessa regione. La disuniformità dei servizi e dei finanziamenti per il diritto allo studio nelle varie regioni emerge in modo palese in tutta la sua drammaticità se si considerano i dati della copertura degli studenti idonei alla borsa, piuttosto che considerando i limiti degli indicatori economici per accedere alla borsa, gli importi stessi delle borse o ancora se si considera l’importo delle tasse regionali per il diritto allo studio.

    Rispetto ad una situazione del genere le Istituzioni dovrebbero svolgere appieno il loro ruolo e quindi il Parlamento e il Governo in primis, assieme alle Regioni, dovrebbero adottare tempestivi interventi per rimuovere l’inaccettabile disparità di trattamento che oggi vivono gli studenti italiani in base alla regione nella quale studiano e la continua violazione del Diritto allo Studio Universitario, sancito dall’art. 34 della Costituzione.

    Rispetto a tutto questo pare evidente quindi la necessità di definire quanto prima dei veri LEP che garantiscano il Diritto allo Studio in modo uniforme in tutte le regioni e senza avere ogni anno la difficoltà di dover effettuare una programmazione degli interventi su fondi discontinui e mai certi.

    E’ quindi necessaria la creazione di un sistema universitario in cui non ci si debba più confrontare con il fenomeno tutto italiano degli studenti idonei non vincitori di borsa di studio, andando ad ampliare i requisiti ad oggi previsti nell’ottica di aumentare il numero di studenti che percepiscono una borsa di studio e creando un vero e proprio welfare studentesco.

    Occorre un diritto allo studio che garantisca in tutte le regioni precisi Livelli Essenziali delle Prestazioni su residenze, ristorazione, trasporti, accesso alla cultura, accesso alle cure sanitarie, andando a colmare la grave disuniformità che oggi è presente a livello nazionale e spesso anche all’interno di ogni singola regione; un piano strategico in questo senso passa ovviamente anche da una razionalizzazione delle sedi universitarie. In questo senso è quindi necessario andare verso la creazione di una unica graduatoria nazionale per le borse di studio, individuando in questo senso la borsa prima di tutto come insieme di servizi e agevolazioni e non tanto o solo una quota in contanti.

    Gli interventi per il diritto allo studio devono garantire la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono agli studenti di accedere all’università e al Sapere. E’ quindi necessario garantire in primis servizi abitativi e ristorativi e agevolazioni e forme di gratuità sui trasporti per gli studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi. In questo modo si garantisce una maggiore responsabilizzazione dello Stato degli enti locali e si va a portare una effettiva soluzione ai problemi concreti che lo studente vive. Già oggi infatti la definizione dell’importo della borsa di studio non copre interamente i costi del mantenimento agli studi universitari. Abbiamo inoltre verificato in questi anni come la prima immediata conseguenza dei tagli al diritto allo studio abbiano comportato la forte diminuzione dell’erogazione monetaria delle borse, mentre le realtà che hanno investito in strutture residenziali e mense universitarie hanno comunque ricercato di garantire questi servizi e quindi un aiuto concreto e costante agli studenti idonei.

    E’ quindi necessario andare a creare un sistema di welfare studentesco che parta dal riconoscimento dello studente come soggetto sociale e che quindi preveda una serie di agevolazioni sui servizi come trasporti, materiale didattico, accesso alla cultura per tutti con graduale aumento dell’agevolazione fino alla gratuità per tutti gli studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi. Sempre nell’ambito della generalità degli studenti, è necessario individuare criteri chiari per gli affitti destinati a studenti universitari, andando anche ad aumentare il numero di controlli, e quindi strutturare un piano strategico per garantire l’accesso gratuito a tutti gli studenti ad internet.

    Dobbiamo uscire dalla logica per cui i tagli ai finanziamenti o le necessità crescenti di maggiori investimenti in servizi o ricerca debbano ricadere sugli studenti e sulle loro famiglie. E’ necessario delineare un sistema di tassazione nazionale progressivo, così che chi più ha più contribuisca, continuo o con micro fasce di reddito, evitando così differenze ingiustificate tra chi ha condizioni simili, con precisi limiti per gli importi massimi e per il massimo gettito complessivo, anche alla luce della necessità di avere un sistema pubblico che non spinga gli studenti ad iscriversi in atenei privati, apportando opportune correzioni a livello locale per garantire un giusto rapporto con i diversi costi della vita.

    La tassazione non può e non deve essere un terreno di competizione tra gli atenei, come invece accade ora. Uno studente deve potersi iscrivere in un ateneo non perché costretto dagli importi delle tasse universitarie. L’autonomia universitaria deve infatti spingere gli atenei a confrontarsi sul terreno dell’offerta didattica, delle peculiarità nei percorsi formativi e di ricerca, e non deve quindi diventare una concorrenza scorretta che punta a far ricadere il costo dei servizi sugli studenti da un lato o attirare un maggior numero di iscritti per il basso importo delle tasse.

    In questo senso sicuramente è fondamentale ribadire l’importanza di garantire un adeguamento finanziamento del diritto allo studio e un reale impegno dello Stato nel garantire le risorse necessarie per residenze, mense e borse di studio e quindi l’applicazione dell’art. 34 della Costituzione quando prevede che la Repubblica è chiamata a rendere effettivo il diritto allo studio. La riforma attualmente prevista, tramite decreto legislativo, prevede invece un forte aumento della tassazione regionale per il diritto allo studio, aumento stimato nel 44% a livello nazionale, ma che in varie regioni si avvicina o supera il 100%, non garantendo quindi l’assunzione di responsabilità da parte dello Stato ma sancendo e anzi peggiorando una realtà che vede gli studenti come prime fonte di finanziamento per il diritto allo studio.

    E’ necessario avviare un percorso che porti alla abrogazione della “Legge Gelmini” cancellando l’impostazione aziendalistica e antidemocratica data ai nuovi statuti delle università. Vogliamo che si punti sul ruolo centrale dell’università italiana per dare un nuovo significato all’autogoverno e all’autonomia universitaria, partendo dalla garanzia di un’adeguata rappresentanza degli studenti in tutti gli organi, anche i luoghi di gestione degli spazi degli atenei, dall’elezione del rettore in modo paritetico tra tutte le componenti, così come ribadendo la necessità della composizione paritetica di tutti gli organi di governo della Comunità Accademica.

    Vogliamo un nuovo bilanciamento delle competenze tra gli organi di governo dell’università, partendo dal presupposto dell’esclusione di rappresentanti di enti privati come membri dei consessi, prevedendo inoltre un forte potenziamento delle commissioni paritetiche. Pensiamo sia necessario istituire strumenti di democrazia diretta come i referendum studenteschi, andando anche a responsabilizzare le rappresentanze e le associazioni studentesche, così come riteniamo necessario valorizzare il ruolo dei consigli studenteschi e pensiamo non sia più rinviabile l’adozione, in tutti gli atenei italiani, della Carta dei Diritti delle Studentesse e degli Studenti, anche alla luce della recente approvazione unanime in Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.

    Vogliamo che l’università pubblica sia veramente tale e che il funzionamento di aule, laboratori, così come l’attivazione di corsi di laurea o di dottorati di ricerca, non debbano essere vincolati alla disponibilità di fondi esterni. Il contributo di privati può essere positivo solo in un contesto in cui l’università è completamente autosufficiente da un punto di vista dei finanziamenti.

    Il reclutamento dei docenti non può essere distaccato da un’idea complessiva di sistema universitario. E’ infatti necessario affrontare un’analisi della funzione che l’università deve esercitare, quindi della struttura e dell’organizzazione che deve avere per poi arrivare alla definizione della docenza universitaria e quindi del sistema di reclutamento.

    Il sistema di reclutamento deve quindi tendere alla creazione di un sistema che da un lato si basi su risorse adeguate e costanti e dall’altro sappia ampliare il numero di docenti andando sempre di più verso un sistema con un numero di docenti di I fascia ridotto e proporzionato rispetto a quelli di II fascia, privilegiando quindi la strutturazione di un sistema quantitativamente adeguato ai passaggi dalla II fascia alla I. Se questa previsione, soprattutto nel quadro attuale, non può che passare da nuove risorse e lo sblocco del turnover, unica speranza di sopravvivenza per moltissimi insegnamenti e numerosi corsi di laurea, è necessario anche rivedere le modalità con cui oggi si accede alla docenza universitaria.

    In particolare è necessario prevedere un sistema che sappia valorizzare le competenze dei giovani prevedendo tempistiche e modalità certe per l’ingresso, prevedendo però modalità di accesso che non mirino alla chiamata diretta ma che piuttosto garantiscano la trasparenza e l’imparzialità delle scelte prima e durante l’accesso al mondo universitario.

    In questo senso vogliamo un’università in cui accanto alla didattica sia sempre presente la ricerca e in cui si riesca a scardinare l’attuale divisione tra professori ordinari, associati e ricercatori, divisione che troppo spesso non trova alcun fondamento rispetto all’attività didattica o di ricerca realmente svolta, arrivando quindi alla creazione di un ruolo unico della figura docente che ridisegnerebbe in modo sostanziale anche il quadro di rappresentanza e democratico degli atenei. Una diversa articolazione della rappresentanza in senso più democratico deve andare a tutela anche dei dottorandi e degli assegnisti.

    Deve assolutamente esserci un bilanciamento variabile tra il tempo dedicato alla docenza e alla ricerca all’interno del ruolo unico della docenza, e la valutazione della nuova figura docente deve essere effettuata sia sulla ricerca che sulla didattica, strutturando quindi su questi parametri un nuovo modello di scatti.
    A tal riguardo è però necessario parlare del sistema di valutazione che si va a strutturare e va scongiurato il rischio, che si sta invece sempre più concretizzando, di una valutazione vista più che altro come strumento punitivo o una nuova modalità per portare alla chiusura di alcune sedi universitarie e lo snaturamento di altre, spinte a realtà simili a dei superlicei.

    Vogliamo un sistema di valutazione in cui il ruolo degli studenti sia veramente centrale e preveda criteri chiari, condivisi e conosciuti con anticipo per poter raggiungere pienamente i suoi obiettivi. E’ necessario avere precisi regolamenti per il funzionamenti dei nuclei di valutazione. I risultati dei questionari di valutazione che vengono compilati dagli studenti devono essere resi pubblici, si deve cominciare a prevedere un piano di valutazione della didattica e prevedere un sistema premiale per i singoli docenti. La valutazione non deve più essere usata o vista come uno strumento punitivo del Governo nei confronti degli atenei o dei docenti, ma è necessario invece impostare una nuova visione di valutazione che sia condivisa e che sappia coinvolgere tutto il sistema per il suo complessivo miglioramento.

    Vogliamo che siano garantiti fondi aggiuntivi per la premialità e che siano presenti fondi premiali per gli atenei e per i dipartimenti. La valutazione può essere realizzata solo dopo che ogni università è realmente stata messa in condizione di garantire l’ordinario funzionamento. Prevedere che il fondo per il funzionamento ordinario delle università sia distribuito con criteri di premialità significa negare ad alcuni atenei la disponibilità economica per garantire i livelli minimi e quindi è difficile immaginare come questi possano adoperarsi nel miglioramento dei propri standard qualitativi.

    Vogliamo che il numero di studenti fuori corso non sia più conteggiato come oggi avviene, andando ad abbassare la qualità della didattica pur di avere più laureati in minor tempo ed eludendo il problema delle reali cause che determinano un numero consistente di studenti fuori corso o che restano indietro nel proprio percorso di studio. E’ necessario avere parametri di valutazione che consentano al nostro sistema un confronto con quelli esteri, partendo ad esempio dalla verifica della presenza del diploma supplement in tutti gli atenei.

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