La costituente della cultura… o del mercato?

di Tiziana Drago

Nella prima pagina dell’ultimo domenicale, il responsabile del supplemento culturale del Sole 24 Ore Armando Massarenti si fa promotore di « una costituente della cultura… dove per “cultura” deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza… dal momento che «cultura e ricerca sono due capisaldi della nostra Carta fondamentale».

Non ci si può non rallegrare se l’organo di Confindustria riconosce diritto di cittadinanza a un universo ‘altro’, per definizione ‘not for profit’, quale quello dei saperi.

L’entusiasmo, però, scema non appena si scorre il programma del secondo “Summit arte-cultura” che si tiene oggi a Milano, dove sarà presentato il documento programmatico per la costituente. Ci si trova di fronte a niente più che un programma di formazione professionale per operatori turistici e affini: si parla di Made in Italy, di arte e cultura come asset distintivi e competitivi, di problematiche del fund raising, del legame tra cultura e impresa, della misurabilità dell’indotto culturale, della logica di sistema e delle politiche territoriali che istituzioni e imprenditoria privata potrebbero attuare.

Si capisce allora che il summit riguarda specificamente i beni culturali ed è rivolto alle aziende e ai professionisti del settore. Un meeting aziendale come ce ne sono tanti, insomma, ma in un settore indubbiamente strategico per un Paese, come l’Italia, con un patrimonio artistico e archeologico straordinario e niente affatto valorizzato. Benissimo! Iniziativa assolutamente benemerita. Ma non è questo il punto.

Il problema è semmai: che c’entra tutto questo con la «Costituente della cultura»? E possono i beni culturali assommare «l’intera sfera della conoscenza» cui Massarenti fa riferimento nel documento programmatico?

Sorge il dubbio che i saperi teorici – scientifici o umanistici che siano – per guadagnare dignità e rispetto (dei giornali, del contribuente, dei governi) debbano convertirsi, armi e bagagli, all’idolatria della professionalizzazione. E che le scienze umane, le più inutili e improduttive, siano chiamate a contribuire, per quanto possono, alla rincorsa alla crescita economica del Paese; non a caso, nel progetto di Confindustria, il sapere umanistico si identifica tout court con i beni culturali. Anche a costo di abdicare alla propria identità più profonda: quella connaturata a una lunga tradizione di pensiero critico e astratto.

Le insidie sono, poi, dietro l’angolo quando si inseriscono tra i punti qualificanti del programma l’incremento della cultura del merito (che «deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all’accettazione di precise regole per la valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio») e la «forte apertura all’intervento dei privati nella gestione del patrimonio pubblico», anche con provvedimenti legislativi a sostegno dell’intervento privato attraverso un sistema di sgravi fiscali.

Sulla cultura del merito occorre intendersi: in assenza di criteri scientificamente attendibili e condivisi di valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio, il merito è niente più che una scatola vuota o la foglia di fico del darwinismo sociale. Siamo proprio sicuri che la soluzione sia il mercato? Il privato che investe i propri capitali sarà davvero interessato al merito scientifico di un progetto? O non si preoccuperà piuttosto dei tassi di rendimento? E quanto questa preoccupazione inciderà sul piano più propriamente scientifico?

Sarebbe davvero bello assistere in Italia allo spettacolo inedito di una corsa alle donazioni private per il patrimonio pubblico; ma sta di fatto che da noi le imprese non hanno quasi mai manifestato l’intenzione di investire in questo ambito, quanto semmai il desiderio di privatizzare gli utili e socializzare le perdite.

Di tutto questo varrebbe la pena parlare, senza fare finta che esista un campo unitario e ‘neutro’ della cultura. Non è, insomma, una questione di essere dentro o fuori il sistema produttivo del Paese, non lo è nell’università come non lo è nell’ambito vasto della formazione e della cultura. Il problema è come si sta, dentro o fuori il mercato, a quale prezzo e con quali risultati.

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