Tiziana Drago incontra Vendola a nome di Unibec

Foggia 3 novembre 2012

Grazie agli organizzatori di questo incontro per l’invito. Tengo a precisare che in questa sede mi faccio portavoce dell’assemblea nazionale Università bene comune (Unibec), il laboratorio di idee e di pratiche, che condivido insieme ad altri lavoratori e lavoratrici della conoscenza: lavoriamo a stretto contatto con il mondo della scuola e qualche mese fa abbiamo promosso il contro questionario, alternativo alla consultazione ministeriale, contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Il nostro impegno in difesa del sistema pubblico di produzione e trasmissione del sapere è cominciato a partire dalla lotta contro l’ultima, pessima legge di riforma dell’Università, contro quella riforma che, dal mio osservatorio di ricercatrice umanista di una università del Sud, è stata soprattutto una grande bolla mediatica, un inganno pubblicitario.

Ci è stato detto che era una riforma necessaria perché l’università italiana era dequalificata. Sembrava vero, ma non era vero: e infatti i ricercatori italiani erano e sono tra i più richiesti nelle Università straniere (né a qualcuno è venuto in mente di comparare quanto investono in ricerca, rispetto a noi, gli altri Paesi Ocse).

Ci è stato detto che si voleva contrastare la degenerazione baronale del sistema dei concorsi, ma la contromisura per arginare l’arroganza dei “baroni-ricattatori” è stato l’ampliamento abnorme del potere degli ordinari (le commissioni di concorso che prima erano costituite da professori ordinari, associati e ricercatori, ora sono formate soltanto da ordinari).

Ci è stato detto che l’università italiana era sull’orlo del collasso per colpa degli sprechi e che occorreva “razionalizzare”. Si è taciuto che il collasso è determinato innanzitutto dai tagli sempre più insopportabili al sistema pubblico della formazione e della ricerca; nessuno poi ha detto che il rimedio previsto ai tagli è la possibilità di un aumento indefinito della tassazione studentesca.

Ci è stato detto che i docenti universitari italiani sono fannulloni e guadagnano cifre esorbitanti: nessuno ha detto qual è la busta paga base di un ricercatore italiano, che entra nei laboratori o nelle biblioteche al mattino per uscirne a sera tarda almeno sino a quando ci saranno ancora libri e provette per fare ricerca (1156 euro mensili: potrei mostrare la mia prima busta paga).

Ci è stato detto che si voleva investire nei giovani, ma la riforma ha cancellato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, ha precarizzato la ricerca, ha preparato l’ecatombe di un’intera generazione di giovani studiosi, vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere: la ricerca ha senso solo se stimola altra ricerca, se qualcun altro raccoglie il testimone, se il sapere è cultura diffusa.

Ci è stato detto che si voleva“modernizzare” il sistema per rafforzare il legame dell’Università con il territorio e con l’impresa e così si è deciso l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione degli Atenei.

Ci è stato detto che le imprese avrebbero investito in università e ricerca e avrebbero socializzato gli utili a beneficio della collettività. E invece non si è visto nessuno che avesse l’intenzione di investire i propri capitali, semmai qualcuno animato dal desiderio di intervenire negli obiettivi di ricerca di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche) cui attingere liberamente – e parassitariamente – in vista delle necessità del mercato.

Si è trascurato che il tessuto di imprese è distribuito in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese per cui la conseguenza inevitabile di questo processo non può che essere l’accentuazione dei divari sociali e territoriali e la penalizzazione della ricerca di base –umanistica e teorico-scientifica– non immediatamente finalizzata alle necessità produttive. La preoccupazione continua del territorio e del mercato stava preparando la rinuncia alla costruzione del pensiero critico e all’astrazione. Così che ora alcuni saperi rischiano di essere tagliati fuori dal circuito vitale degli investimenti: se tutto deve essere pratico, empirico, spendibile, in quale ottica è più possibile concepire la storia, la letteratura, il cinema? E, in ultima analisi, l’intera dimensione dell’immaginario?

E però, questo coacervo volgare di falsità, detto e ridetto, è diventato senso comune.

E la riforma, nonostante fosse un disegno regressivo per la dignità, per i giovani, per il futuro, è diventata legge. Con laconvergenza di tutte quelle forze, che hanno fatto gravare sull’Università e sulla ricerca, che non fosse al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività. E con la connivenza di buona parte della sinistra, trincerata dietro l’ipocrisia di una “solidarietà” di facciata, ma incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia.

Ora Francesco Profumo si è confermato l’esecutore testamentario della legge Gelmini: in più sollecita insistentemente le sirene del merito; ma si è capito subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società.

L’incertezza della politica nella difesa della scuola e dell’Università pubbliche ha dimostrato che a guidare le scelte di questa classe politica è qualcosa che non ci rappresenta.

Siamo solo all’inizio di una riflessione che si preannuncia lunga e complessa ma la trascorsa stagione di lotta ha rivelato l’enormità della posta in gioco: il vilipendio dei diritti del lavoro e la sottrazione alle comunità dei loro beni chiede la complicità del mondo della conoscenza per soffocare il conflitto. La riforma dell’istruzione (in Italia e nel quadro europeo) è figlia della necessità di allineare i cittadini e le cittadine alla ricetta neoliberista per cui la crescita è declino e la scelta è limitata a un lavoro senza diritti o a diritti senza lavoro. Questa è la minaccia che ha riempito le piazze. Dietro gli slogan contro la precarietà e la fine del futuro c’era la percezione di un pericolo troppo grande: quello di un mondo governato dalla privazione del desiderio e dalla negazione della possibilità. La lotta di tanti studenti e ricercatori è stata un’esplosione di dignità, di intelligenza, di passione. È stata il risultato di un lavoro difficile. Innanzitutto perché il luogo dove è iniziata la mobilitazione è l’università, che spesso non è uno spazio di dialogo trasversale, ma al tempo stesso è un luogo estremamente ricco di potenziale, dove il sapere diventa laboratorio di significato, dove si libera l’intelligenza collettiva, ci si riappropria del diritto a immaginare la vita. I ricercatori sono stati studenti e sono stati precari. Gli studenti lotteremo perché non diventino precari. Abbiamo tutti insieme diritto a un futuro, non solo accettabile ma felice. Questo processo, caro Presidente, non può più attendere né è delegabile. Richiede una sinistra che la smetta di balbettare e cavalcare le parole d’ordine delmercato, che la smetta di confrontarsi con le geometrie di partito e i calcoli elettorali di corto respiro. Noi andremo avanti comunque. Perché questo processo richiede soprattutto energie disposte a spendersi per ricucire un tessuto sociale lacerato: questo processo è un balzo in avanti e ha per sé l’avvenire.

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