La disastrosa politica universitaria dell’era Carrozza

di Tiziana Drago

Intervento a nome dell’assemblea nazionale Università Bene Comune (UniBeC) letto il 14 novembre 2013 all’Assemblea regionale di SEL Puglia

Nell’Università ci confrontiamo quotidianamente con una pessima eredità: quella di una “riforma” diventata legge, nonostante fosse un disegno regressivo (per la dignità, per i giovani, per il futuro) e grazie alla convergenza di tutte quelle forze che hanno fatto gravare sull’Università e sulla ricerca, che non fosse al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività. E con la connivenza di buona parte della sinistra, trincerata dietro l’ipocrisia di una “solidarietà” di facciata, ma incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia.

Dopo aver costruito intorno all’Università pubblica il mito della corruzione clientelare e dei privilegi, il governo Berlusconi, ha introdotto nel lessico comune espressioni come lotta alla degenerazione baronale, razionalizzazione delle risorse, modernizzazione del sistema. Questo vocabolario ha celato la realtà dell’ampliamento abnorme del potere degli ordinari e dei vertici degli Atenei, dei tagli sempre più insopportabili al sistema pubblico della formazione e della ricerca e l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione degli Atenei, animati non certo dal desiderio di investire risorse, ma dall’intenzione di intervenire negli obiettivi di ricerca di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche) cui attingere liberamente e parassitariamente per le necessità del mercato.

E però, un coacervo volgare di falsità, detto e ridetto, diventa senso comune.

Dopodiché, Francesco Profumo si è confermato l’esecutore testamentario della legge Gelmini; in più, lo scorso 30 gennaio, a Camere sciolte e ormai al termine del proprio mandato, Profumo ha emanato il decreto ministeriale 47/2013: il decreto AVA sull’AutoValutazione e l’Accreditamento delle sedi e dei corsi universitari. Nel più totale silenzio mediatico, il dispositivo sancisce i parametri e le modalità di valutazione che verificano periodicamente e decretano la vita o la morte (soprattutto la morte) degli atenei e dei corsi di studi. Imprime cioè una nuova accelerazione nella direzione di quel ridimensionamento del sistema universitario pubblico, del tutto sganciato da ogni considerazione di qualità. Questo decreto imperversa tutt’ora, nell’era Carrozza, ed è parte fondamentale dello strozzamento del sistema universitario pubblico. Il decreto in sostanza stabilisce i requisiti che gli Atenei e i corsi di laurea devono soddisfare, pena la loro soppressione. Buon senso vorrebbe che si trattasse di requisiti di qualità della ricerca e della didattica. E invece si tratta di requisiti puramente numerici, meri algoritmi difficili da soddisfare da parte di corsi di laurea che sopravvivono a stento, in un contesto caratterizzato dall’impossibilità di assumere nuovi docenti, dato il blocco del turn over, imposto dalla Legge 133/08, successivamente dalla c.d. Spending Review (d.l. 95/2012) e ora aggravato dalla legge di stabilità del governo delle larghe intese. Non voglio in questa sede addentrarmi in dettagli tecnici, ma devo almeno chiarire che i criteri introdotti dal decreto AVA limitano il numero di ore di didattica erogabile da parte di ogni Ateneo tramite un algoritmo (l’indice DID) per cui i docenti sono tenuti a rispettare un monte ore che non garantisce la sostenibilità dell’attuale offerta didattica, che deve essere dunque drasticamente ridotta; i requisiti fissano, inoltre, oltre al numero di docenti necessario all’esistenza di un corso di laurea, anche la tipologia, il numero minimo e massimo di appartenenza a SSD di base e caratterizzanti, oltre che il numero massimo per SSD affini (si impedisce ai docenti di supplire in SSD affini rimasti scoperti ad esempio per il pensionamento di un docente, non rimpiazzato a causa dell’impossibilità di assumere; si tratta spesso di insegnamenti di fondamentale importanza per la formazione degli studenti). La conseguenza è un impoverimento notevolissimo dell’offerta formativa. E non mancano anche altre conseguenze: dal momento che la nuova formula per il calcolo dei docenti di riferimento stabilisce un numero superiore di docenti necessari alla sopravvivenza del corso di laurea in relazione al numero degli studenti, si orienta evidentemente il sistema all’introduzione, o all’inasprimento, del numero chiuso o programmato. Con tutte le conseguenze in termini di violazione del diritto allo studio che ciò comporta. È bene anche chiarire che questi criteri così stringenti valgono tuttavia solo per le Università statali, laddove per quelle non statali e telematiche, che rilasciano titoli di studio in tutto equivalenti, sono previste deroghe assai generose.

Questa dunque l’eredità di Profumo giunta alla ministra Carrozza, che, lungi dal mettere in discussione anche solo qualcosa di questa impostazione, sta lavorando alacremente per battere il record negativo del precedente ministro: in concreto, il governo Letta sulla scuola sarà ricordato per un decreto che regala mezzo miliardo alle scuole private, che si occupa in modo capillare del divieto di fumo nei cortili delle scuole, si diffonde persino sulla sigaretta elettronica, sulle sanzioni pecuniarie per i trasgressori, sull’educazione alla salute. Dispone l’invio da parte del ministero di opuscoli informativi e la creazione di portali telematici. In più, prevede percorsi di orientamento e piani di intervento finalizzati alla realizzazione di tirocini formativi presso imprese. È ovvio che per agganciare la scuola al lavoro bisogna puntare sull’“istruzione tecnica”, ovvero andare incontro agli interessi dei datori di lavoro, prevalentemente del Nord. E infatti, l’Assolombarda di Gianfelice Rocca per prima ha firmato con Carrozza un protocollo per l’“alternanza scuola-lavoro”, in nome del “raccordo continuativo tra aziende e scuola”. E dunque, stabilisce l’obbligo per gli studenti di fare degli stage, peraltro pagati con i 7,6 milioni sottratti dal Fondo di finanziamento ordinario degli Atenei.

Si trascura, ancora una volta e come si vede in piena continuità con i governi precedenti, che il tessuto di imprese è distribuito in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese per cui la conseguenza inevitabile di questo processo non può che essere l’accentuazione dei divari sociali e territoriali e la penalizzazione della ricerca di base –umanistica e teorico-scientifica– non immediatamente finalizzata alle necessità produttive. La preoccupazione continua del territorio e del mercato sta preparando la rinuncia alla costruzione del pensiero critico e all’astrazione. Così che ora alcuni saperi rischiano di essere tagliati fuori dal circuito vitale degli investimenti: se tutto deve essere pratico, empirico, spendibile, in quale ottica è più possibile concepire la storia, la letteratura, il cinema? E, in ultima analisi, l’intera dimensione dell’immaginario?

In più, Carrozza sta sollecitando insistentemente le sirene del merito; ma si è capito subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società. Penso al DM sul numero chiuso, al ricorso ai test standardizzati come strumento di valutazione (l’obiettivo è introdurre l’Invalsi anche nell’Università: test standardizzati per tutti per standardizzare i pensieri di tutti), alla decisione di Carrozza, incurante dello sfacelo del diritto allo studio, di riservare le borse di studio per dodici milioni di euro agli studenti “eccellenti” e contemporaneamente tagliare 11.000 insegnanti di sostegno.

C’è sempre ovviamente un’ulteriore stretta sul pubblico impiego presente nella legge di stabilità: nella bozza di legge di “stabilità” c’è l’ulteriore blocco degli stipendi fermi dal 2010 ormai a tempo indeterminato e l’ennesimo aggravamento del blocco del turnover negli atenei: ossia il prolungamento delle limitazioni al turnover fino al 2018 (che corrisponde ad un taglio di 182 milioni! Questo al netto dei proclami del governo delle larghe intese che non avrebbe tagliato istruzione e ricerca…).

Sull’Università e i fondi di ricerca: la priorità individuata da Carrozza è, manco a dirlo, quella di “razionalizzare le poche risorse disponibili” + il solito mantra del potenziamento del rapporto tra ricerca, territorio e impresa. Ma sull’Università Carrozza si è anche illustrata per il decreto sui punti organico che decide il ricambio generazionale e la possibilità stessa di fare ricerca nelle Università ed è un vero capolavoro di iniquità: vengono ripartiti i punti organico tra le varie Università italiane. La situazione è drammatica. L’ateneo di Bari avrà appena 5.67 punti organico, praticamente nulla (il che vuol dire che a fronte di 5 cessazioni dal servizio sarà possibile recuperare solo il 5% delle risorse). Tutta la Puglia ne porta a casa appena 11.28, molto meno di Bologna, che invece ottiene 40,04 PO; tutte le università meridionali portano a casa circa 70 PO, quanto Milano (31,66) e Bologna messi insieme. Due solo università hanno avuto gli stessi PO di tutte le università meridionali. Questo sistema di ripartizione premia gli Atenei delle regioni con PIL più alto rispetto agli Atenei con PIL più basso.

La strategia del Ministero è chiara: ridurre drasticamente il numero degli atenei e creare poli accademici di serie A, ultra-finanziati e “d’eccellenza”, ed altri di serie B, sotto-finanziati e caratterizzati da una pessima didattica e da una ricerca inesistente. Il merito e la valutazione, dispositivi di controllo e disciplinamento sociale nella fase attuale della crisi, diventano paradigma anche all’interno degli Atenei, attraverso il braccio armato dell’ANVUR: si redistribuiscono i fondi rimasti dopo la stagione dei grandi tagli secondo precisi interessi, che poco hanno a che fare con la qualità della didattica e ancor meno con il diritto allo studio, istituto ormai svuotato d’ogni senso.

In particolare, Carrozza ha deciso:

1) lo stanziamento di 41 milioni di quota premiale per gli Atenei eccellenti (in realtà, lo stanziamento non c’è stato, ma pare rientrerà dalla finestra dopo le recriminazioni dei cultori del “merito”);

2) la decurtazione dell’80% dei finanziamenti ai piani di ricerca nazionale e il loro azzeramento a partire dal prossimo anno;

3) la chiusura del 30% dei dottorati di ricerca presenti sul territorio nazionale.

Il disegno è limpido: per alimentare la competitività è necessario puntare sul merito e sulle eccellenze (qualunque cosa questi termini significhino). Senza neppure il sospetto che scuole e università debbano essere il luogo di costruzione di un sapere diffuso e di una cittadinanza critica, non una palestra per eccellenti.

Si finge di dimenticare che la competizione non è mai a somma zero! A ogni vincente corrisponde sempre uno o più perdenti. Al merito corrisponde la colpa, al successo il fallimento. Alle vittime (di se stessi, della propria incapacità di calcolo, della propria estraneità alle cordate accademiche…) il regime concorrenziale non può offrire, salvo contraddire la propria ratio, alcun principio di integrazione, ma solo la possibilità (del tutto astratta, ovvio) di provarci un’altra volta. È una logica dell’occasione che si sostituisce a ogni principio di integrazione. E questa sostituzione non può che porre dei limiti all’esercizio della democrazia, poiché l’applicazione di procedure decisionali democratiche darebbe voce anche alla vasta schiera dei perdenti, i quali non mancherebbero di mettere in discussione le stesse regole della competizione. Del resto, i teorici liberisti più coerenti non hanno mai nascosto che la libertà di competere sul mercato preveda anche una limitazione delle libertà democratiche.

Il problema è che se il dibattito pubblico è ossessivamente concentrato sulle “tecniche di valutazione”, viene a mancare completamente una visione di sistema condivisa, che rifiuti il concetto di premialità e lo sostituisca con l’impegno a porre un argine alla minaccia dell’esclusione e a uniformare ed estendere qualità e diritto allo studio su tutto il territorio.

Qualche giorno fa è circolata una notizia poco rassicurante: durante la riunione del consiglio dei ministri dell’8 novembre scorso è iniziata la discussione di un nuovo disegno di legge per dare  al Governo “un’ampia delega al riassetto di istruzione, università e ricerca”. L’ambito del “riassetto” include aspetti cruciali: il reclutamento e le carriere, i finanziamenti, le tasse universitarie, l’autonomia e i regolamenti di scuole e atenei. Se passasse una legge-delega il governo avrebbe il potere di scrivere una nuova riforma in totale autonomia, senza il voto del Parlamento, e ancora una volta si sottrarrebbe questa riforma a quel poco di dibattito politico che ancora resta nell’Italia delle larghe intese.

Manco a dirlo, la bozza circolata prevedeva l’accentuazione della logica premiale e competitiva tra Atenei, l’incentivazione dei finanziamenti privati (il che vuol dire far orientare le politiche di ricerca e didattica dai potenziali investitori), l’introduzione di incentivi e sanzioni basati sui risultati della gestione, una stretta su reclutamento e carriere; il consueto aggravio di lavoro burocratico che ogni riforma porta con sé. Ovviamente, neanche un euro in più è previsto: il che suggerisce che gli stipendi dei lavoratori dell’università, fermi dal 2010 (e compresi nel FFO), potrebbero rimanere bloccati a tempo indeterminato, un’ulteriore revisione, certo non al ribasso vista la clausola di invarianza finanziaria, delle tasse studentesche. Un aggiornamento del 18 novembre del MIUR ha dichiarato che il testo della legge delega di cui sopra “è da ritenersi del tutto superato”. Certo è che, date queste premesse, occorre stare in guardia.

L’incertezza della politica nella difesa della scuola e dell’Università pubbliche ha dimostrato che a guidare le scelte di questa classe politica è qualcosa che non ci rappresenta. Siamo solo all’inizio di una riflessione che si preannuncia lunga e complessa ma la trascorsa stagione di lotta ha rivelato l’enormità della posta in gioco: il vilipendio dei diritti del lavoro e la sottrazione alle comunità dei loro beni chiede la complicità del mondo della conoscenza per soffocare il conflitto. La riforma dell’istruzione (in Italia e nel quadro europeo) è figlia della necessità di allineare i cittadini e le cittadine alla ricetta neoliberista per cui la crescita è declino e la scelta è limitata a un lavoro senza diritti o a diritti senza lavoro. L’ultimo trentennio è stato il tempo degli ossimori. Ci hanno detto che l’austerità aiuta la crescita, i tagli riducono lo spread, la libertà di licenziamento aumenta l’occupazione, le scuole servono ai meritevoli e gli ospedali ai sani. Forse da qui dovremmo ripartire. Da quella nebbia che imbriglia la comprensione. Siamo qui dunque oggi all’ingresso di un nuovo Medioevo nel terzo millennio, e se una strada è ancora percorribile, è fuori. Fuori da questo progetto pericoloso e pervasivo. Fuori dalle parole d’ordine del mercato. Fuori, dove il sapere prolifera insieme alle relazioni, fuori dalle agenzie di valutazione, fuori dal calcolo dei crediti, fuori dai vecchi privilegi di vertice e di cittadinanza, fuori da tutto questo e all’interno di un progetto condiviso dove il sapere diventa laboratorio di significato e l’intelligenza collettiva si riappropria del diritto a immaginare la vita.

Pubblicato anche su Inchiestaonline

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Un pensiero su “La disastrosa politica universitaria dell’era Carrozza

  1. Chiarella Bozzo

    Era ora di razionalizzare le risorse. Se tre ministri del MIUR di orientamenti politici diversi hanno seguito la stessa strategia, ci sarà un motivo.

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