Lettera aperta agli economisti che si occupano di scuola

di Anna Angelucci*

Non ho accesso ai media mainstream, e men che meno al pulpito del Corriere della Sera, ma la Rete fortunatamente mi permette di dire qualcosa agli economisti che si occupano di scuola.
La cui attenzione appare sempre, esclusivamente, focalizzata sul binomio valutazione-test.
Direi ossessivamente, se fossi una fine psicologa.
Mai una parola sui tagli draconiani, di denaro e di risorse umane, che la scuola ha drammaticamente subito negli ultimi anni: curiosa dimenticanza, per degli economisti.
Miliardi e miliardi di euro, decine di migliaia di lavoratori: il più grande disinvestimento nell’istruzione, ma soprattutto il più feroce attacco al diritto allo studio e al lavoro mai realizzato nella storia della Repubblica italiana.
E banalmente, con un tratto di penna: via le sperimentazioni curricolari, via i laboratori negli istituti tecnici e professionali, via le ore di italiano, latino, storia e geografia nei licei, via il tempo pieno alle elementari, via le compresenze, i moduli, lo studio della seconda lingua straniera. Via i finanziamenti alle scuole, via il fondo d’istituto, via i crediti residui, via 90.000 docenti e 50.000 amministrativi.
A che serve la scuola della Repubblica? E’ solo un costo per la collettività.
Riduciamola ai minimi termini, strangoliamola, costringiamola a chiedere contributi alle famiglie, a cercare investimenti privati.
Trasformiamola, nell’immaginario collettivo, da istituzione a servizio e poi buttiamola in pasto al mercato, a competere a colpi di classifiche per attirare clienti.
Chi vorrà studiare, ma solo se avrà i soldi, potrà farlo nelle scuole private, che, in spregio della Costituzione, tutti i Governi continuano a finanziare.
I politici hanno avuto il coraggio di chiamare tutto questo “essenzializzazione”. Ma noi, che sappiamo l’italiano, diciamo che si chiama dismissione della scuola statale.
E al Sud, più che altrove, la dismissione della scuola statale, di pari passo con l’arretramento di tutte le istituzioni dello Stato, pesa come un macigno e riverbera i suoi effetti mortiferi.
Di tutto questo i docenti sono diventati paradossalmente il capro espiatorio: con solo (sic) 18 ore di lezione frontale (quale universitario, mi chiedo, riuscirebbe a farle anche solo per pochi mesi?) tenute in scuole insicure e fatiscenti, a 1500 euro al mese, con il contratto bloccato e gli scatti di anzianità congelati, si impone loro per soprammercato la mannaia di una valutazione “deficiente”, cioè, etimologicamente, carente, insufficiente, scarsa, inadeguata, e, per estensione, idiota: una valutazione basata sulla misurazione degli apprendimenti degli studenti attraverso i test standardizzati a risposta multipla.
Test che, come docente di italiano e latino, riterrei offensivo per le loro intelligenze utilizzare per valutare i miei alunni.
Test che si spacciano per uno strumento di misurazione oggettiva della formulazione del pensiero, come se non fosse una contraddizione in termini.
Test che misurano competenze ritenute idonee a un successo formativo quantificabile su parametri esclusivamente economicistici.
Non è necessario essere esperti cognitivisti per intuire che la conoscenza non è frazionabile, non è la somma di piccole unità, ma che è un processo in cui ogni elemento nuovo rielabora ciò che è noto e in cui ciò che è noto permette un apprendimento soggettivo del nuovo.
Gli strumenti di valutazione di un sistema articolato e complesso come la scuola e di un mestiere complesso come quello dell’insegnante (un mestiere impossibile, diceva Freud) devono essere necessariamente articolati e complessi.
Devono essere imparziali, devono essere plurali, devono essere democratici, devono essere collegiali, devono essere affidabili, devono essere condivisi.
Non è più possibile affermare impunemente che il test è uno strumento imperfetto ma, poichè è il più economico ed è l’unico che abbiamo a disposizione, continuare a usarlo e, su questo, costruire le politiche scolastiche di un Paese.
Se il test è uno strumento imperfetto, e tutta la letteratura scientifica internazionale lo afferma, allora non può continuare ad essere lo strumento principe di valutazione degli studenti, dei docenti, delle scuole, dell’intero sistema.
I membri della commissione insediata dalla ministra Carrozza lo sanno: conoscono bene le riflessioni di Amartya Sen, Martha Nussbaum, Diane Ravitch e di tutti coloro che difendono i principi della pedagogia socratica come pratica sociale di esercizio della democrazia.
Cari economisti, che vi occupate di scuola senza tenere in debita considerazione il paradigma della complessità, fatevi da parte e lasciate lavorare serenamente chi ha oggi un mandato così importante per il futuro del nostro Paese.*Associazione Nazionale “Per la scuola della Repubblica”

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Un pensiero su “Lettera aperta agli economisti che si occupano di scuola

  1. Piero Di Girolamo

    Sommessamente ma continuamo a scrivere e a lamentarci. Bisogna cominciare ad attuare azioni di lotta. Il silenzio dei docenti e universitari è assordante. Con rispetto per tutti.
    Piero Di Girolamo

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