La Patria del diritto e il diritto della Patria

Adriana Brancaccio* – Seconda Università di Napoli
Maurizio Matteuzzi* – Università di Bologna

§ 1 – La Patria del diritto

E’ di questi giorni la diffusione della sentenza con cui la Consulta decreta come infondati i ricorsi dei docenti universitari contro il pluriennale blocco degli scatti e degli avanzamenti di carriera per i professori e i ricercatori universitari, in piena difformità con le argomentazioni di molti TAR, che avevano sostenuto la fondatezza dell’eccezione di incostituzionalità.

Va anche notato, come antefatto, che nella stessa materia, con lodevole tempestività, la magistratura aveva trovato legittima analoga eccezione sollevata dai magistrati, ai quali nulla è stato tolto dal portafogli né dalla carriera.

Non ci soffermiamo sulle iniquità che il blocco in questione provoca, soprattutto, al solito, ai giovani. Ma la cosa più eclatante, che sicuramente farà epoca e rimarrà nella storia del diritto, quanto meno nei paesi di civil law, è la perspicua argomentazione: le stesse determinazioni non si applicano a professori e a magistrati perché questi ultimi godono di particolari “specificità”, che ovviamente mancano ad ogni altra categoria.

Ecco, è un vero e proprio nuovo principio giuridico: la legge è uguale per tutti, fuori che per gli “specifici”. E chi sono gli specifici? Tiriamo a indovinare, i magistrati.

La cosa non è senza conseguenze importanti, e, ci si consenta, esilaranti, sul piano degli effetti concreti. Avremo dunque una categoria nuova, quella degli “specifici”? Ma già, il curriculum studiorum e il cursus honorum dei magistrati non prevede lo studio della logica, perciò è inutile che qui si parli di “conseguenze”, sfugge al bagaglio culturale del supposto interlocutore.

Che dire? Che vergogna! Cicero pro domo sua? Peggio, la cosa si ammanta di una patina di “credibilità tecnica”, che oltrepassa di gran lunga la comprensione dell’osservatore medio. Credibilità tecnica affogata nei mille riferimenti, magari irrilevanti sul piano logico, che possano rendere le decisioni incomprensibili al popolo, bue e sovrano ad un tempo.

Tutto ciò come esito della riflessione, si fa per dire, di “uomini di legge”. Che nel coacervo pletorico della normativa italiana, la più ridondante del mondo, sono sempre abilissimi nel trovare l’aggancio opportuno, a difesa della loro casta.

Che poi la schiera di chi nega gli scatti ai giovani ricercatori, quelli che ne traggono il maggior danno, sia costituita da pensionati d’oro, come l’attempato Giuliano Amato, forse il pensionato della PA più pagato d’Italia, o da più d’un suo collega con caratteristiche simili, non fa fatto. Intoccabili e sapienti, anche se non è detto di che cosa, essi pontificano per noi. E per loro, come s’è detto,

Nel paese delle banane ci sta anche questo. Anzi, ci sta a pennello.

Va dato atto ai TAR regionali di aver bene e diffusamente argomentato le tesi dei ricorrenti, in particolar modo ravvisando possibili motivi di incostituzionalità nel prolungamento temporale del blocco (siamo oramai al quarto anno consecutivo) e nella iniquità legata all’impatto sui giovani ricercatori.

Ebbene, la difesa dell’Avvocatura dello Stato appare ai nostri (certamente non esperti) occhi risibile, oltreché ripetitiva. Come un mantra, ricorre nella sentenza più volte la frase “è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, deducendo la non fondatezza delle questioni, con argomentazioni analoghe a quelle già sopra riportate”, che rimanda ad un’unica argomentazione: quella finanziaria. Perché l’Europa ce lo chiede, per il patto di stabilità (abusata parola), per evitare disavanzi pubblici.

Ma la costituzionalità o meno di una norma può essere giudicata in base alle esigenze finanziarie? Qui si colloca bene il criterio kantiano della Critica della ragion pratica: agisci in modo tale che la massima della tua azione possa essere assunta come regola universale per tutti gli uomini. Criterio cui spesso, magari inconsapevolmente, facciamo ricorso, con il ben noto costrutto: ma se tutti facessero così…

Ecco, proviamo a generalizzare. Posto che la base dell’argomentazione è lo stato di necessità economica per la nazione, allora da ciò discende logicamente che potremmo anche togliere direttamente tutto lo stipendio a una classe di lavoratori, e farli morire di fame. Il ragionamento è precisamente il medesimo. La ragion di stato prevale, deve prevalere. I diritti della persona vengono messi in parentesi, vengono dopo, anzi, non vengono affatto. Qui sarà interessante ricordare come la ragion di stato debba sempre e comunque, machiavellicamente, prevalere. Ci si consenta una gustosa constatazione, un fatto che ci faceva notare un amico italianista: gli unici che hanno scritto una prefazione organica a Machiavelli sono stati tali Benito Mussolini, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Sarò un caso…

Ci chiedevamo: la costituzionalità o meno di una norma può essere giudicata in base alle esigenze finanziarie?

Pare di sì, perché la Consulta fa propria questa posizione sentenziando che “i sacrifici gravosi, quali quelli in esame, trovano giustificazione nella situazione di crisi economica”. Addirittura, si fa riferimento ad una “dimensione solidaristica” nell’ambito della quale a tutto il comparto pubblico è stato chiesto un sacrificio “per un periodo di tempo limitato, che comprende più anni”. Sono frasi meravigliose. E in questo tripudio di solidarietà e buonismo il fatto che ai giovani siano richiesti i sacrifici più gravosi è un accidente, perché non si potevano “frantumare le misure previste”. Si afferma poi, con una pindarica evoluzione logica che ha del sorprendente, che la Consulta non ha titolo per valutare le scelte di politica economica e sociale. Peccato che abbia deliberato appellandosi unicamente all’emergenza economica e sociale. Forse non sarebbe male, prima di tutto, fare pace con sé stessi: per la loro “specificità”, non si dà una emergenza economica? Vivono essi in uno Stato ricco ed in crescita?

Se è così, se la necessità di pane sospende lo stato di diritto, perché di questo stiamo parlando, per quale motivo per i magistrati non si applica la norma? Forse che loro sono dispensati dall’essere solidali? Ma no, è che, a giudizio della Consulta, per i magistrati era irragionevole il blocco degli scatti stipendiali. Per i professori e i ricercatori non lo è.

Ci rimane un tarlo in mente: la norma è stata giudicata costituzionale perché si applica per un periodo limitato nel tempo, ma nella sentenza spunta ad un certo punto il richiamo al fiscal compact, nel quale ci siamo impegnati ad emanare, per contenere la spesa, norme vincolanti e a carattere permanente! Furbate all’italiana, la Patria del diritto.

§ – Il diritto della Patria

Seguendo comunque la ragion di stato, così cara ai dotti sentenzianti, accettiamo tutto quanto precede, compresi i pugni allo stomaco inferti alla più elementare delle logiche. Ma vorremmo tuttavia spendere una parola sulla conversa. Noi siamo la Patria del diritto, siamo gli eredi più diretti del diritto romano, di quel Corpus Juris Justinianense che ha fatto la storia della disciplina. Allora ci sorge un dubbio, che ci permettiamo di socializzare. Ma la Patria, a sua volta, la Patria come concetto astratto, o come madre, o come valore imprescindibile, la Patria, dicevamo, non avrà a sua volta qualche diritto? E, se così fosse, quale?

L’Italia, che spero anche lorsignori accetteranno come sinonimo di “Patria” per l’occasione, non avrà forse il diritto di avere una istruzione decente, una classe di docenti motivati e non vilipesi, il diritto di aspirare ad avere cittadini sempre più istruiti, sempre più capaci di pensiero critico e consapevole, indipendentemente, come recita la costituzione, dal genere, dalla razza, dalle condizioni economiche e così via? Sì, lo capiamo bene, è un’utopia, o, purtroppo, più cinicamente, una presa in giro; ma non è comunque un telos, un obiettivo, magari troppo ambizioso, verso il quale ci si debba indirizzare?

E allora, signori della Consulta, svilire la categoria degli insegnanti, demotivarli al punto da mettere in stallo la spinta propulsiva dell’insegnamento, considerarli “non specifici”, in quanto specifici a pieno titolo siete soltanto voi, non sarà un negare un diritto alla Patria stessa? Justum est suum cuique tribuere, dicevano i giureconsulti dei nostri antenati latini. Non vi sorge il dubbio di avere tolto, non tanto a noi, che apparteniamo al transeunte e non all’eterno, come dice il filosofo, ma alla Patria stessa un suo inalienabile diritto?

Che l’onta di questa consapevolezza vi accompagni per sempre.

* Delegato nazionale ConPAss

Pubblicato anche su Inchiestaonline

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2 pensieri su “La Patria del diritto e il diritto della Patria

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