Sperimentazione sugli animali e riproducibilità dei risultati: l’elefante nel laboratorio?

di Marco Cosentino

Elephant in the lab

Il problema non è se la sperimentazione sugli animali serva, ma che ne serve una molto migliore dell’attuale

Quando si discute dell’impiego di animali nella ricerca scientifica, quasi inevitabilmente si ricade nel conflitto degli opposti estremismi, tra chi ne sostiene l’abolizione (e lo chiama “vivisezione“) e chi invece, altrettanto convintamente, dichiara non potersene fare a meno. Posta in questi termini, la questione è irrisolvibile, e le opposte fazioni sono attente ad arroccarsi su posizioni reciprocamente inconciliabili. Tanto inconciliabili che viene da chiedersi se dall’una parte e dall’altra le reali intenzioni non siano proprio di mantenere la situazione così com’è.

Ma qual è veramente, questa situazione? Tralasciando i consueti esempi che fautori e avversari della sperimentazione sugli animali sono soliti citare per sostenere le proprie rispettive tesi, non sono molte le evidenze obiettive riguardo agli effettivi benefici che questo tipo di sperimentazione (e più in generale la ricerca preclinica, ovvero tutta quella ricerca biologica e medica condotta in laboratorio, anche su cellule, tessuti e organi isolati) oggi realmente genera. I pochi studi disponibili sembrano anzi suggerire la necessità di revisionare profondamente la maniera in cui essa viene condotta. In altri termini, siamo probabilmente di fronte ad un caso di “elefante nella stanza” che riguarda la ricerca scientifica, le cui dimensioni e le cui implicazioni sono probabilmente tanto enormi e drammatiche quanto ad oggi ignorate dalla quasi totalità degli addetti ai lavori. Vediamo quanto ad oggi è noto sull’argomento.

Ad esempio, in uno studio pubblicato nel 2011 su Nature Reviews Drug Discovery (costola della notissima rivista Nature, dedicata alla scoperta di nuovi farmaci) alcuni ricercatori della Bayer dichiaravano di non esser stati in grado di replicare nei loro laboratori i risutati di circa due terzi di 67 studi preclinici pubblicati (la maggior parte dei quali in campo oncologico). Conseguenze di questa difficoltà a replicare i risultati erano un considerevole allungarsi dei tempi della ricerca o anche, nella maggior parte dei casi, l’interruzione del programma di rcerca e sviluppo, dal momento che le evidenze ottenute non erano tali da giustificare ulteriori investimenti (e quelli già fatti, nel frattempo, erano sprecati).

In un altro studio, pubblicato nel 2012 su Nature, dei ricercatori della Amgen (una delle maggiori multinazionali di biotecnologie) riportavano di essere stati in grado di replicare i risultati di solo 6 su 53 studi pubblicati, nonostante si trattasse di studi selezionati in quanti considerati “pietre miliari” in campo ematologico e oncologico.

A simili conclusioni sono giunti anche i ricercatori dell’ALS Therapy Development Institute, la maggiore compagnia non-profit nel campo della ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica, quando hanno tentato di replicare i risultati pubblicati a proposito dell’efficacia di vari farmaci nel principale modello animale di questa devastante malattia: nessuno dei diversi farmaci testati ha confermato l’efficacia descritta negli studi originali.

Infine, uno studio pubblicato proprio la scorsa settimana su PLoS Biology, una delle principali riviste scientifiche internazionali ad accesso libero che si occupano di ricerca preclinica, ha documentato come l’efficacia delle statine in vari modelli sperimentali di aterosclerosi fosse significativamente maggiore negli studi non finanziati dall’industria farmaceutica rispetto a quelli finanziati dall’industria. Il risultato è alquanto sorprendente, dal momento che è invece ampiamente noto come gli studi clinici (cioé quelli condotti direttamente sugli esseri umani) riportino sistematicamente risultati molto più favorevoli quando lo “sponsor” è un’industria farmaceutica.

Le ragioni di questi ultimi risultati, come anche delle difficoltà a riprodurre i risultati di così tanti studi preclinici, dovranno essere accuratamente studiate, dato che le implicazioni di questa situazione – specie se ulteriori studi dovessero confermarne le dimensioni e la portata – sarebbero enormi già ora in termini di risorse sprecate (per gli studi non riproducibili e per i tentativi – ovviamente infruttuosi – di riprodurli, con conseguente effetto di moltiplicazione). E’ comunque verosimile ritenere fin d’ora che essi risultino prima di tutto dall’effetto combinato, da un lato, della pressione crescente che a livello mondiale i ricercatori subiscono e che li induce a pubblicare tanto e sulle riviste scientifiche maggiori (e quindi più selettive) e, dall’altro, della mancanza di reali sistemi di verifica preventiva e – soprattutto – a posteriori dei risultati della ricerca.

Mentre infatti i risultati della ricerca sugli esseri umani sono, almeno in linea di principio, sempre verificabili in dettaglio, ad esempio attraverso l’esame delle cartelle cliniche dei soggetti coinvolti nella sperimentazione (e nonostante questo – o, meglio, grazie a ciò – non è infrequente scoprire manipolazioni o anche semplicemente scorrette interpretazioni dei dati), per la ricerca sugli animali nulla di tutto questo è richiesto, e soltanto in poche realtà esiste quanto meno una verifica preventiva della validità scientifica e della giustificazione etica dei protocolli di ricerca. Quasi nessuno è però oggi attrezzato per condurre esperimenti in condizioni tali da garantirne in ogni momento la concreta verificabilità, e nemmeno le più autorevoli riviste scientifiche internazionali dispongono degli strumenti adatti a scoprire eventuali pecche nella conduzione degli esperimenti o nell’elaborazione e nella presentazione dei risultati (con la limitata eccezione delle più grossolane manipolazioni delle immagini fotografiche, che sempre più di frequente viene identificata dai moderni software).

Che fare, dunque? E’ necessario lavorare da subito in varie direzioni, differenti ma complementari:

(i) rafforzare la valutazione preventiva dei protocolli di ricerca preclinica, analogamente a quanto accade per la sperimentazione clinica, in particolar modo mediante il vaglio di comitati etici indipendenti e pluralisti che diano anche pubblica garanzia dell’eticità e della scientificità delle ricerche;

(ii) avviare un serio programma di promozione dell’integrità della ricerca, non certo limitato alla sperimentazione animale, che consenta di incrementare la verificabilità e la riproducibilità dei risultati degli esperimenti;

(iii) invertire la tendenza in atto a livello mondiale che costringe i ricercatori accademici a pubblicare il più possibile per ottenere ulteriori finanziamenti e “fare carriera”.

A proposito di quest’ultimo punto, nei paesi anglosassoni un numero crescente di autorevoli scienziati sta proponendo – nemmeno troppo provocatoriamente – di limitare il numero di articoli che un ricercatore dovrebbe poter pubblicare ogni anno e raccomanda di utilizzare criteri qualitativi piuttosto che quantitativi nella valutazione dei risultati della ricerca; in altre parole, propone di tornare a leggere quel che c’è scritto negli articoli, invece di limitarsi a verificare quanti articoli vengono pubblicati e su quali riviste, e quante volte vengono citati, magari senza nemmeno distinguere le citazioni positive da quelle negative. Per inciso, in Italia negli ultimi anni abbiamo imboccato proprio la direzione diametralmente opposta: con l’ultima riforma dell’università (la cosiddetta “Gelmini”) la partecipazione ai concorsi per diventare professori universitari è vincolata al numero di articoli pubblicati e al numero di volte che ognuno di questi è stato citato (e c’è chi si è divertito a calcolare che con i parametri imposti da questa riforma non pochi premi Nobel non avrebbero speranze in un concorso italiano).

Gli “antivivisezionisti” dovrebbero soffermarsi a riflettere su tutti questi aspetti, insistendo su iniziative utili a perseguire i diversi obiettivi prospettati, se davvero avessero interesse a ottenere una significativa riduzione del numero di animali impiegati per la ricerca. Lo stesso dovrebbero fare tutti quei ricercatori che hanno a cuore la realizzazione di una ricerca realmente efficace, in grado di produrre risultati verificabili, riproducibili e di conseguenza validi per il successivo sviluppo di nuove terapie utili in clinica.

In conclusione, è possibile immaginare una ricerca scientifica in campo biomedico senza l’impiego di animali? Oggi la risposta non può essere altro che “no” (lasciando se mai agli antispecisti l’onere di controargomentare che anche l’abolizione dello schiavismo o la concessione del voto alle donne nemmeno troppo tempo fa sembravano idee stravaganti, se non esplicitamente antisociali). Quel che può e anzi deve esser fatto quanto prima è tuttavia prendere atto dell’enorme spreco di risorse dovuto a ricerche scientifiche condotte secondo livelli qualitativi insufficienti. Le conseguenze di un intervento deciso in questa direzione sarebbero un migliore e più efficace impiego dei finanziamenti per la ricerca nonché del tempo e delle energie dei ricercatori, la riduzione del numero di animali impiegati nelle sperimentazioni e in ogni caso di quelli impiegati in sperimentazioni inutili, e complessivamente un aumento della trasferibilità dei risultati della ricerca preclinica alla clinica e alla terapia di tante malattie oggi senza cure o con cure non adeguatamente efficaci.

Si tratta di obiettivi sui quali chiunque dovrebbe poter concordare, indipendentemente da ogni altra considerazione e soprattutto accantonando le dispute “integraliste” sulla necessità o meno della sperimentazione con gli animali. La questione vera, oggi, non è se la sperimentazione con gli animali serva, ma che ne serve una migliore dell’attuale.

Centro di Ricerca in Farmacologia Medica
Università degli Studi dell’Insubria
marco.cosentino@uninsubria.it

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