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Le scuole private e Stendhal

di Bruno Moretto e Giorgio Tassinari

Nella Certosa di Parma Stendhal descrive la battaglia di Waterloo dall’interno, con gli occhi del protagonista Fabrizio. Durante gli scontri Fabrizio non si rende conto degli sviluppi dell’azione, solo alla sera apprende che Bonaparte ha perso. Stendhal ci ammonisce ad avere una sorta di straniamento brechtiano dalle vicende che viviamo; solo dal di fuori, dall’esterno si può tentare di comprendere (meglio solo tentare di) davvero una situazione.

Questo approccio a nostro parere si applica anche alla disamina delle conseguenze a medio termine del referendum sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private del 26 maggio 2013, poco più di un anno fa. I fatti sono noti, ricordiamo solo l’atto finale, il voto del Consiglio Comunale del 29 luglio 2013 (dopo ben 65 giorni dal referendum, in una Bologna spopolata, ridotta ad un “non luogo” dove si radica e cresce, simile a neoplasia, la politica intesa come comando autarchico e autistico) con cui si conferma il finanziamento comunale alle scuole dell’infanzia paritarie private (la posizione favorevole all’abolizione aveva raccolta il 59% dei voti espressi dai citttadini). Affermiamo con tranquillità che dopo questo voto il PD bolognese è entrato in fase di piena e conclamata post-democrazia, anticipando gli sviluppi che si sarebbero manifestati sullo scenario nazionale.

Ancora, noncurante della volontà della cittadinanza (in ciò proseguendo in chiave di commedia la politica tragica della doppia verità di stampo togliattiano) la Giunta Merola ha proseguito nella politica di privatizzazione sostanziale della scuola dell’infanzia. Inoltre, ben 26 sezioni di scuola dell’infanzia statale (tra cui ben nove sezioni di scuola comunale che sono state statalizzate nel 2013-2014) funzioneranno solo a tempo normale. E diverse sezioni di scuola dell’infanzia comunale sono state date in gestione a cooperative, per cui sono solo di nome scuole comunali.

La politica intesa come comando è anche all’origine del blitz della Giunta sull’Istituzione per i servizi educativi, che si è consumato lo scorso 23 giugno. Esaltato dal 54% ottenuto dal PD nelle elezioni europee, il Sindaco ha scambiato la paura del futuro e la seduzione renziana sull’elettorato con il consenso alla propria linea politica. Le ragionevoli proposte del M5S e di Sel sono state rigettate senza esitazioni, con il ricatto delle assunzioni dei lavoratori precari (basato su una bugia clamorosa, in quanto i vincoli alle assunzioni dettati dal patto di stabilità si applicano paro paro anche all’Istituzione) ed il ricorso ad una maggioranza diversa da quella politico-programmatica. (Come già avvenne dopo il referendum del 26 maggio, quando la conferma del finanziamento alle scuole dell’infanzia private venne approvata grazie al contributo determinante della destra).

Cosa rimane allora del referendum? Un patrimonio politico importante, ovvero la verità manifesta che i cittadini, autorganizzati e alleati alle formazioni “tradizionali” della sinistra, possono vincere. L’eredità del referendum di Bologna è un modello di azione politica che innerva la città, e che continua (rinnovellato e discontinuo, latente in alcune fasi, manifesto in altre) a vivere in tantissime forme (lo sciopero della mensa nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, l’autorganizzazione degli insegnanti comunali contro il passaggio delle scuole dell’infanzia all’ASP e contro l’Istituzione, la mobilitazione contro la privatizzazione dei servizi museali). La forza che si manifestò il 26 maggio 2013 è praticamente intatta e continuerà a manifestarsi nella vita politica, della città e non solo.

dal Corriere di Bologna, 28 giugno 2014

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